Perchè accetto la sfida di Potere al Popolo!

power to the peopleNon ho quasi mai votato nella mia vita, poi dopo Genova solo al referendum contro la privatizzazione dell’acqua. La mia prospettiva, il mio attivismo ed il mio lavoro non hanno mai camminato né con  “la sinistra”,  né tanto meno nel solco del  simulacro della democrazia rappresentativa,  ma sempre a fianco di  comunità autorganizzate, collettivi, movimenti sociali,  associazioni, reti di solidarietà ed  esperienze di autogestione  a livello locale, nazionale e internazionale. Qui ho trascorso tutta la mia vita,  continuando ad interrogarmi sul significato della parola coerenza  nelle  contraddizioni di una società sempre più liquida.  Ed è su queste basi, quelle della mia storia personale,  che oggi   accetto la sfida di Potere al Popolo! e  qui spiego il perché.

Non sono orfana della sinistra ma un luogo di esistenza e  un fronte contro le barbarie è necessario.  Non si può essere orfani quando si è nati in provetta, quando per scelta e per congiuntura non si sono avuti né padri né padrini ed ogni passo è stato il frutto di collettivi funambolismi autodidatti di interpretazione del presente. Condivido parte dell’analisi  di Infoaut nel declinare l’invito di Potere al Popolo! Si, è vero,  il patto sociale che giustificava storicamente la sinistra non esiste più  (da tempo aggiungerei) e non si possono portare indietro le lancette degli orologi. Però oggi ci troviamo di fronte ad una situazione estrema, nella quale continuare ad esistere è una nostra irrimandabile responsabilità. E’ innanzitutto un  compito culturale quello che abbiamo perché, l’assoluta assenza di un pezzo di società viva, dei suoi contenuti dal dibattito pubblico e di  forme efficaci di azione collettiva attraverso le quali declinarli, rafforza la voragine dove ogni giorno sedimenta la barbarie. E’ un compito  politico perché è necessario ricreare un luogo dove chi lotta tutti i giorni, chi non si arrende, chi è antifascista e antirazzista possa riconoscersi, ricollegarsi, non sentirsi solo,  agire collettivamente e, non ultimo, trovare sostegno e protezione dalla crescente repressione. Non abbiamo più né  il tempo né lo spazio di dibattere su come dovrebbe nascere questo luogo e quali aspirazioni dovrebbe coltivare. La storia ha superato anche noi e ci ha messo davanti ad un’urgenza sociale:  strappare, con ogni mezzo necessario, un pezzo di società all’isolamento, alla depressione,  alla rassegnazione da un lato  ed ai  nuovi fascismi dall’ altro. E’ una nostra irrimandabile responsabilità creare questo luogo, anche per poterci posizionare dialetticamente all’interno o all’esterno di esso. Negli ultimi tre anni ho passato molto tempo in Spagna ed ho potuto toccare con mano il risvolto sociale di aver deciso di occupare degli spazi  in presenza di un governo post-franchista sostenuto dalle lobby post-socialiste. Né in Spagna né in Catalogna è in corso una  rivoluzione. Il consolidamento di una pluralità di soggetti, con i quali agire o interagire dialetticamente ha però  generato una reazione alla transizione al capitalismo estrattivo (dovremmo smetterla di chiamarla crisi) di segno ben diverso a quanto  accaduto nel nostro paese. Lì ho avuto anche l’opportunità di osservare da vicino la diffusa capacità di camminare insieme, nonostante profonde differenze, sulla base di analisi di fase.

Si, avrei preferito che questo luogo si generasse in maniera diversa, al riparo dalle scadenze elettorali e dal campo storico della sinistra. Dei tentativi sono stati fatti nel corso del tempo, purtroppo senza successo. Oggi una comunità con una storia di impegno credibile  si è presa la responsabilità di avanzare e concretizzare una proposta con una sua strategia e ciò, inevitabilmente, ci  chiama  tutti in causa soprattutto perché  l’unica  al momento che intende affrontare le urgenze di cui sopra.

Da dove viene la proposta.  Dell’ex OPG Je so’ Pazzo ne avevo scritto a settembre prima che questa storia iniziasse. Un luogo unico dove solidarietà, mutualismo,  progettualità territoriale concreta si fondono con una fortissima spinta collettiva al cambiamento generando un sistema complesso di relazioni e partecipazione trasversale. L’ex OPG è una comunità aperta capace di comunicare e di accogliere, dove il compañerismo traspira dai pori dei muri di un  un ex ospedale psichiatrico. Ho imparato il significato politico di questa parola dai movimenti sociali latinoamericani, ovvero quella forma di relazione superiore tra persone che condividono la stessa rotta. Solo quando ho avuto l’opportunità di comprenderne a fondo il significato  ho realmente capito le ragioni di molti  nostri insuccessi. Solo chi riesce a praticarlo in forma naturale può essere credibile nel proporre  un processo collettivo che vuole guardare lontano.  Per questi motivi, per quanto appaia avventata e scivolosa,  credo alla follia dell’ex-OPG: fare tutto al contrario, ovvero  utilizzare le elezioni  per un’operazione di comunicazione sui nostri temi (a cominciare a mio avviso dalla necessità urgente di una contro narrativa sul tema migranti)  e ricomposizione utile ad aprire un processo di cui la scadenza di marzo è solo il punto di partenza. Ci vorrebbe un posto uguale e diverso dall’ ex-opg in ogni quartiere per ricostruire un sapere, un linguaggio, una cultura, una pratica comune e diffusa di fare comunità e agire collettivamente. Chissà se   Potere al Popolo! può essere l’occasione per farli fiorire.

E’ una fiammella e io ci soffio sopra.  L’ex-OPG ci offre con Potere al Popolo! un’opportunità, una tentativo.  Come sarà questo processo, quale volto assumerà soprattutto dopo la scadenza elettorale dipenderà anche da chi parteciperà, dalla cura che saprà metterci,  dalla pluralità di persone, esperienze, collettività, comunità vive ed attive che saprà coinvolgere, dai metodi che si sceglieranno insieme per costruire adesione e partecipazione. Come sarà dipenderà da chi ci starà.  Più partecipazione  riscuoterà il processo, maggiori saranno le possibilità di contaminarsi, di proiettarsi verso il futuro nei contenuti e nelle pratiche, magari traghettandoci insieme verso nuove  forme di attivazione popolare dal basso.  Questa è la prospettiva con la quale personalmente scelgo di partecipare. Se molti di noi resteranno a guardare per paura di rischiare, sarà più probabile che prevalgano forme tradizionali di delega popolare, rispettabili ma insufficienti ad affrontare le sfide del presente. E’ un segnale molto positivo  che  la proposta arrivi da un soggetto ed una rete appena costituita, dove la presenza giovanile è notevole.  Uno degli interventi più belli dell’assemblea all’Ambra Jovinelli del 17 dicembre è stato quello della Comunità Resistente Piazzetta di Catania, un collettivo dove il militante più vecchio, di appena 22 anni, ha condiviso la motivazione a partecipare al processo, nonostante la maggior parte di loro  siano troppo giovani per candidarsi:  guardare avanti. Ho appezzato gli inviti a mettere a disposizione la propria esperienza  in maniera intelligente, al servizio di un processo dove la partecipazione dei giovani sia reale e non residuale. Mi associo e spero siano sinceri ed efficaci. Potere al Popolo! è una fiammella ed il compito di quelli come me è soffiarci sopra con molta cura, rimboccarsi le maniche e dare una mano. L’alternativa sarebbe restare nelle nostre zone di confort prive, forse, di contraddizioni.  Comode, ma in questa fase a impatto molto basso sulle emergenze dei tempi presenti nel nostro paese.

Caterina Amicucci

 

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