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	<title>dalbasso.net &#187; Reportage</title>
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		<title>La via della Rojava</title>
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		<pubDate>Fri, 16 Dec 2016 20:02:39 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[Reportage]]></category>
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				<content:encoded><![CDATA[<p>Quando nel 2011 è iniziata la rivoluzione, <strong>sapevamo che il conflitto si sarebbe trasformato in una guerra tra sciiti e sunniti. Noi invece abbiamo scelto una terza via, quella della convivenza</strong>”, racconta Haval Jalil co-presidente di TEV-DEM, “la nostra è una rivoluzione culturale che passa innanzitutto per il rafforzamento delle comunità”. <strong>Siamo a Qamishlo, la capitale del cantone di Jazeera, una cittadina di duecentomila abitanti al confine con la Turchia</strong>. La regione della Rojava si è dichiarata autonoma nel 2012 e dall’anno successivo sta sperimentando una forma di auto-amministrazione ispirata ai principi del confederalismo democratico, la teoria politico-sociale che rappresenta il punto d’approdo di trent’anni di lotte del movimento di liberazione curdo. <strong>Il confederalismo democratico prevede il superamento della forma Stato-Nazione in favore di comunità organizzate su un modello di democrazia diretta che persegue una società basata sulla convivenza di culture e religioni diverse, l’ecologia, il femminismo, l’economia sociale e l’autodifesa popolare</strong>. Un esperimento unico al mondo, nel cuore di un Medio Oriente martoriato dalla guerra, dalla repressione brutale e dai fondamentalismi. Un’esperienza che può apparire incredibile se non la si vede con i propri occhi, soprattutto nel contesto dell’atroce conflitto siriano.</p>
<p><a href="http://www.dalbasso.net/wp-content/uploads/2017/09/rojava-1.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-307" alt="rojava 1" src="http://www.dalbasso.net/wp-content/uploads/2017/09/rojava-1-300x201.jpg" width="300" height="201" /></a> <a href="http://www.dalbasso.net/wp-content/uploads/2017/09/rojava-3.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-308" alt="rojava 3" src="http://www.dalbasso.net/wp-content/uploads/2017/09/rojava-3-300x162.jpg" width="300" height="162" /></a> <a href="http://www.dalbasso.net/wp-content/uploads/2017/09/rojava-4.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-309" alt="rojava 4" src="http://www.dalbasso.net/wp-content/uploads/2017/09/rojava-4-300x199.jpg" width="300" height="199" /></a> <a href="http://www.dalbasso.net/wp-content/uploads/2017/09/rojava2.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-310" alt="rojava2" src="http://www.dalbasso.net/wp-content/uploads/2017/09/rojava2-300x199.jpg" width="300" height="199" /></a></p>
<p>Chi scrive c’è appena stato è può testimoniare: è in corso una vera rivoluzione.</p>
<p><strong>Negli ultimi tre anni, l’auto-amministrazione guidata da TEV-DEM, l’organizzazione di collegamento tra i partiti del Kurdistan siriano e i movimenti sociali, è stata impegnata nella riorganizzazione delle istituzioni e nella stesura delle nuove leggi.</strong></p>
<p><strong>L’unità organizzativa e decisionale minima della comunità si chiama <em>Komin</em>(comune)</strong>. I <em>komin</em> sono organizzati principalmente su base territoriale, ma ce ne sono anche di donne o di gruppi etnici specifici. <strong>In ogni quartiere ci sono 7/8 <em>Komin</em> che eleggono rappresentanti nei consigli di quartiere e poi nei consigli cittadini</strong>. Nei <em>Komin</em> si elaborano proposte, richieste e si risponde collettivamente ai bisogni delle comunità. Nei consigli cittadini tornano le proposte di legge dell’amministrazione autogestita per miglioramenti ed approvazione. <strong>Ognuno dei tre cantoni del Rojava, Jazeera, Kobane ed Efrin, ha ad oggi un’amministrazione separata. Solo lo scorso anno buona parte di questi territori era controllato da Daesh</strong>. Il YPG, la milizia di protezione popolare e la sua brigata di donne, il YPJ, hanno recuperato gran parte del territorio attraverso durissime battaglie. Oggi, solo il cantone occidentale di Efrin è ancora separato da Kobane da una zona cuscinetto occupata dall’esercito turco, al quale Daesh ha ceduto territorio senza opporre resistenza. Nonostante la discontinuità territoriale, <strong>per l’anno prossimo è prevista l’elezione del primo “Governo Confederale della Siria del Nord Est – Rojava” attraverso il sistema di democrazia diretta costruito in questi 3 anni. </strong>Ma il vero cuore pulsante della rivoluzione curda  è la strategia di transizione dal modello  economico capitalista a un nuovo paradigma di economia sociale.</p>
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<p>“<strong>Vogliamo che la nostra economia sia costituita per l’80% da cooperative, non crediamo in un modello socialista</strong> che proibisca l’iniziativa privata. La nostra idea è che ogni persona abbia un ruolo economico attivo nella società e che la trasformazione avvenga gradualmente attraverso la partecipazione della gente”, spiega Haval Rachid, co-presidente del dipartimento di economia. <strong>In Kurdistan ogni incarico pubblico è sempre assegnato a due rappresentanti, un uomo e una donna che hanno la funzione di co-presidenti.</strong></p>
<p>Fino a tre anni fa, le cooperative non esistevano da queste parti fatta eccezione per alcune isolate e malviste esperienze legate al regime di Assad. Oggi nel cantone di Jazeera sono piú di cento e si moltiplicano ad una velocità impressionante. Kasrik è una cooperativa agricola a 120 Km da Qamishlo, in direzione di Aleppo, avviata quattro mesi fa. Oggi conta più di 5000 soci consumatori residenti nelle vicine città di Til Tamer e Dirbesye. “L’amministrazione autogestita ci ha assegnato 5000 ettari di terra. Il nostro è un progetto di lungo termine. In otto anni prevediamo di arrivare a produrre e trasformare la maggior parte dei prodotti agricoli e di allevamento. Già vendiamo ortaggi, mais e il latte prodotto da un gregge di 1250 pecore. <strong>Ai lavoratori va l’8% del ricavato, tutto il resto lo reinvestiamo nel nostro progetto fino a che non sarà completato”</strong>, ci spiega Azad, uno dei contadini locali che si sono uniti per dare vita a questo ambiziosissimo progetto.</p>
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<p>“Produciamo senza chimica e vendiamo i prodotti ai nostri soci a un prezzo piu basso di quello del mercato. Ogni quota sociale vale 100 dollari. Chi non ha i soldi puó diventare socio offrendo il suo lavoro, oppure unendosi ad altre persone. Quando ne abbiamo bisogno, i soci ci vengono ad aiutare in gruppi per una giornata nei campi. Pianteremo anche un bosco e quando il progetto sarà completo apriremo un agriturismo. <strong>Stiamo realizzando il nostro sogno</strong>”, prosegue Azad visibilmente emozionato.</p>
<p><strong>Le cooperative agricole sono le uniche che hanno un sostegno diretto dell’amministrazione autogestita</strong>. A causa dell’embargo e delle scarsissime risorse economiche, i contributi sono minimi ma simbolicamente necessari per il marcare l’importanza dell’autosufficienza alimentare. Molte cooperative sono promosse dal movimento di donne Kongra-Star, che ne ha già formate una cinquantina. Si tratta per lo più di cooperative a piccola scala: agricole, di allevamento, di artigianato, di ristorazione, di trasformazione alimentare. “Lorin” è una cooperativa che prepara conserve utilizzando prodotti di stagione. “Abbiamo iniziato sei mesi fa. Prepariamo conserve da vendere nella nostra comunità e al mercato. All’inizio i nostri mariti non approvavano, ma poi hanno capito. <strong>L’unico capitale che abbiamo sono le nostre mani e vogliamo utilizzarle per partecipare</strong>”, spiega Sozda, una delle nove socie lavoratrici. “Abbiamo anche in programma di creare una cooperativa agricola per coltivare direttamente gli ortaggi che trasformiamo” .</p>
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<article id="post-4"><strong>Le cooperative nascono infatti in diversi modi: per iniziative dei movimenti sociali, della gente, dei Komin, ai quali viene richiesto di formarne almeno una, e per filiazione</strong>. In quest’ultimo ambito, il ruolo più attivo lo gioca Havgartin, la più grande cooperativa della regione che conta 26 mila soci. “L’idea è nata un anno fa nel villaggio di Zargan durante la crisi dello zucchero. Siamo sotto embargo ed i commercianti capitalisti speculano sui prezzi dei prodotti di base. Così è nata l’idea di formare una cooperativa per comprare lo zucchero e rivenderlo a un prezzo inferiore di quello del mercato. Dallo zucchero siamo passati a molti altri prodotti di prima di necessità proponendo a tutti i komin di aderire in ogni città del cantone. All’inizio la cooperativa agiva solo da grossista, oggi distribuiamo anche i prodotti delle altre cooperative e investiamo il 5% dei profitti nella creazione di nuove cooperative. Da Havgartin ne sono già nate altre otto”, spiega Zafer, membro del consiglio di amministrazione, “il nostro obiettivo finale è sottrarre il controllo del mercato ai commercianti e ai grossisti che non socializzano i profitti con le comunità. Per far questo vogliamo creare anche una banca per promuovere la formazione di nuove cooperative”.<strong>Due cose colpiscono molto di questo processo assolutamente unico, la velocità con la quale la società si sta riorganizzando su un modello sino a oggi inesplorato e l’apertura della gente ad apprendere, scambiare e correggere la rotta.</strong> “Noi stiamo sperimentando una strada nuova, cerchiamo di imparare dagli errori che facciamo ogni giorno. Non abbiamo le risposte a tutte le domande. Vorremmo ad esempio conoscer molto di più le esperienze cooperative in altri paesi e le buone idee che posso essere utili al nostro processo”. conclude Zafer servendoci un altro tè,  mentre in televisione scorrono senza interruzione le immagini della guerra, con la sua atroce brutalità e le indistricabili contraddizioni. <br />
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		<title>Egeocalling, diario da Lesbo</title>
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		<pubDate>Fri, 15 Jan 2016 19:01:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[admin]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Reportage]]></category>

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		<description><![CDATA[Tutti i miei post  da Lesbo in Italiano e Castigliano su egeocalling.wordpress.com]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Tutti i miei post  da Lesbo in Italiano e Castigliano su <a href="https://egeocalling.wordpress.com/">egeocalling.wordpress.com</a></p>
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		<title>Possiamo sfidarli?</title>
		<link>https://www.dalbasso.net/223/</link>
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		<pubDate>Wed, 27 May 2015 11:26:54 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[di Caterina Amicucci SIVIGLIA – La stampa italiana ha proclamato in maniera unanime ed errata la vittoria di Podemos alle elezioni amministrative spagnole. Basta dare uno sguardo ai dati elettorali per capire &#8230; <a class="readmore" href="https://www.dalbasso.net/223/">Continue Reading &#8594;</a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>di Caterina Amicucci</p>
<p>SIVIGLIA – La stampa italiana ha proclamato in maniera unanime ed errata<strong> la vittoria di Podemos alle elezioni amministrative spagnole</strong>. Basta dare uno sguardo ai dati elettorali per capire che <strong>la notizia è semplificata al punto da essere falsa</strong>. Il Partito Popolare pur avendo perso due milioni e mezzo di voti si conferma il partito più votato, seguito a brevissima distanza dal partito socialista. <strong>Podemos si attesta, salvo poche eccezioni, come terzo o quarto partito a seconda delle regioni e delle città</strong>.</p>
<p>Lo stesso Pablo Iglesias ha commentato domenica a urne chiuse che “la dissoluzione dei partiti tradizionali e la fine del bipartitismo si sta dimostrando un processo più lento di quello che speravamo”.</p>
<p><img alt="11123551_458641730959238_4946926599481671337_o" src="http://comune-info.net/wp-content/uploads/2015/05/11123551_458641730959238_4946926599481671337_o.jpg" width="620" height="349" /></p>
<p>Potrebbe sembrare una cattiva notizia, ma con uno sguardo più attento si scopre che il terremoto e il segnale politico che arrivano dalle urne di Barcellona e Madrid sono molto più profondi e dirompenti di quello che sembrano. Per capirne un pò di più è necessario ripercorrere il frenetico anno appena trascorso, che inizia quando Podemos irrompe sulla scena raccogliendo l’otto per cento delle preferenze alle elezioni europee del <strong>maggio 2014</strong>. Da quel momento il gruppo di professori dell’Università Complutense di Madrid guidato da Pablo Iglesias, scatena una <strong>macchina mediatico-elettorale gigantesca</strong> per prepararsi all’<i>election year.</i>Obiettivo dichiarato: l’assalto al potere alle elezioni politiche dell’autunno 2015.</p>
<p>In pochi mesi i sondaggi posizionano Podemos come primo partito nelle intenzioni voto, nonostante ancora formalmente neanche esista, non abbia  un programma nè un meccanismo chiaro di partecipazione e articolazione territoriale. Podemos celebra il suo primo congresso a novembre del 2014, optando per una <strong>struttura di partito tradizionale</strong> da un punto di vista di leadership e di partecipazione interna. Nella stessa occasione decide anche di non presentarsi con la sigla Podemos alle elezioni municipali, per diverse ragioni tattiche fra le quali evitare di dare un’indicazione a livello nazionale sulle iniziative Ganemos. E qui, occorre fare un passo indietro.</p>
<p><img alt="11255805_467150163441728_348605161458296131_o" src="http://comune-info.net/wp-content/uploads/2015/05/11255805_467150163441728_348605161458296131_o.jpg" width="620" height="349" /></p>
<p>Poco prima del successo elettorale di Podemos, a<strong> Barcellona</strong> si forma l’iniziativa<strong><a href="https://guanyembarcelona.cat/es/">Guanyem Barcelona </a></strong>(ganemos in castigliano), una lista cittadina per concorrere alle elezioni municipali. La figura di <strong>Ada Colau</strong> è determinante a creare una coalizione ampia, sostenuta soprattutto dalla società civile e a far sfumare l’identità dei singoli partiti (Izquierda Unida, Equo, Podemos) dentro un progetto assimilabile a un fronte popolare. La sua potenza sta nel<strong> radicamento territoriale</strong> e nella penetrazione sociale dei movimenti che sono emersi con il 15M, primo fra tutti quello di cui Ada Colau è stata portavoce per diversi anni, la <em><strong>Plataforma de los afectados por hipoteca</strong></em> (<strong><a href="http://afectadosporlahipoteca.com/">Pah</a></strong>) – ovvero le vittime della bolla immobiliare e del sistema bancario spagnolo – che è riuscita nel <strong>blocco di centinaia di sfratti</strong> e la rinegoziazione di moltissimi mutui. Ma anche <strong>le diverse “maree”,  ovvero i movimenti contro la privatizzazione e i tagli ai servizi pubblici</strong> dalla <strong><a href="http://mareablancasalud.blogspot.com.es/">sanitá </a></strong>alla<strong><a href="http://mareaverdemadrid.blogspot.com.es/">scuola</a></strong>.</p>
<p>Sulla spinta di Barcellona, l’iniziativa Ganemos ha cercato di propagarsi a livello nazionale con alterna fortuna a seconda del contesto politico locale. <strong><a href="http://www.dalbasso.net/su-podemos-e-lanno-elettorale/">In Andalusia</a></strong>per esempio la presenza di Izquierda Unida, che ha appoggiato per anni il feudo clientelare del partito socialista, ha pregiudicato il tentativo unitario in molte cittá. Fa eccezione solo Malaga dove <a href="http://lainvisible.net/"><strong>La Casa Invisibile</strong>, </a>un  importante <strong>luogo di riflessione sul tema dei beni comuni</strong>, ha favorito un processo di convergenza piu`ampio.</p>
<p>A <strong>Madrid</strong> il percorso è stato più lungo e complicato, ma comunque è approdato alla sigla comune di <a href="https://ahoramadrid.org/"><strong>Ahora Madrid</strong>,</a> progetto sostenuto da cinque liste, tra cui ovviamente Podemos e Madrid in Movimiento che ha ottenuto l’appoggio di numerose realtà associative e di base fra le quali per esempio <strong><a href="http://ecologistasenaccion.org/">Ecologistas en acciòn</a></strong>, la più grande <strong>rete nazionale di associazioni ambientaliste</strong> spagnole. Le elezioni primarie hanno indicato <strong>Manuela Carmena</strong> come candidata a sindaco, una ex giudice di settantuno anni fondatrice di Jueces por la Democracia (giudici per la democrazia) e da sempre impegnata nella difesa dei diritti umani.</p>
<p><strong>Ed ora  che succede?</strong></p>
<p>Da domenica c’è grande cautela perchè <strong>la situazione consegnata dalle urne è nuova e complicata, rompe le maggioranze assolute</strong> e costringe la politica a tornare alle alleanze e le geometrie variabili. Il Partito Popolare vincitore per pochi voti quasi ovunque non può governare solo e nella maggior parte dei casi neanche con l’eventuale appoggio di Ciudadanos. Nell’altro metà del campo le alleanze potrebbero essere difficili anche se <strong>a Madrid ormai l’accordo con i socialisti è quasi concluso e potrebbe dettare la línea a livello nazionale</strong>.</p>
<p>Sempre che, il fantasma della grande coalizione che si aggira per l’Europa, non irrompa anche in Spagna. Magari non subito ma a seguito di un periodo di incentivata instabilità.</p>
<p>Speculazioni a parte, a Barcellona e Madrid (e non solo) <strong>ciò che esce vittorioso dalle urne è una nuova forma di coalizione di soggetti fortemente radicati nella società</strong>, con forme organizzative e strutture diversificate, che pretende di <strong>riappropriarsi di spazi decisionali</strong> <strong>e quote di potere</strong> sfidando le oligarchie politico-economiche. Non è un caso che e nelle due cittá sia aumentata la partcipazione al voto nei quartieri più popolari.</p>
<p>Non si tratta  dunque della fine del bipartitismo tanto auspicata da Pablo Iglesias, bensì del <strong>superamento della forma partito novecentesca a favore di reti orizzontali</strong>, meno gerarchiche e maggiormente inclusive.</p>
<p>Varrà la pena di osservare molto da vicino se il progetto sarà all’altezza della sfida e soprattutto vedere cosa accadrà.</p>
<p>scritto per <a href="http://comune-info.net/">comune-info.net</a></p>
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		<title>Il Pumarejo a Siviglia: resistenza, beni comuni e moneta sociale</title>
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		<pubDate>Mon, 28 Jul 2014 14:20:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[admin]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Reportage]]></category>

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		<description><![CDATA[di Caterina Amicucci pubblicato su il numero di Altreconomia di luglio 2014 Pedro Pumarejo era un indiano, come si dice in Andalusia, ovvero un avventuriero diventato ricco nelle Indie del settecento. Commerciante di &#8230; <a class="readmore" href="https://www.dalbasso.net/il-pumarejo-a-siviglia-resistenza-beni-comuni-e-moneta-sociale/">Continue Reading &#8594;</a>]]></description>
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<p>di Caterina Amicucci pubblicato su il numero di<a href="http://www.dalbasso.net/wp-content/uploads/2014/07/Il-condominio-che-resiste-Altreconomia-162.pdf"> Altreconomia di luglio 2014</a></p>
<p><strong style="line-height: 1.5em;"><a href="http://www.dalbasso.net/wp-content/uploads/2014/07/patio-3low.jpg"><img class="size-medium wp-image-176 alignleft" style="margin: 10px;" alt="patio 3low" src="http://www.dalbasso.net/wp-content/uploads/2014/07/patio-3low-300x105.jpg" width="300" height="105" /></a></strong></p>
<p><strong style="line-height: 1.5em;">Pedro Pu</strong><strong style="line-height: 1.5em;">marejo e</strong><strong style="line-height: 1.5em;">ra un</strong><strong style="line-height: 1.5em;"> indiano, come si dice in Andalusia, ovvero un avventuriero </strong><strong style="line-height: 1.5em;">diventato ricco nelle Indie del settec</strong><strong style="line-height: 1.5em;">e</strong><strong style="line-height: 1.5em;">nto. </strong><span style="line-height: 1.5em;">Commerciante di legna, rientra definitivamente in patria nel 1770, compra un titolo nobiliare in contanti e fa edificare il</span><strong style="line-height: 1.5em;">Palazzo </strong></p>
</div>
<p><strong style="line-height: 1.5em;">Pumarejo</strong><span style="line-height: 1.5em;">, demolendo le case antistanti per creare l’attuale piazza che fa da ingresso naturale al palazzo: 1.900 metri quadrati strutturati intorno a due classicci patii sivigliani costruiti utilizzando mogano cubano.</span></p>
<p>Nei successivi duecento anni il palazzo è passato di mano in mano, e dal 1883 si è trasformato in una casa de vecinos, ovvero in una tipica casa popolare sivigliana che ospitava nel patio servizi ed attività collettive. La vita delle tredici famiglie della Casa Pumarejo scorre normalmente fino al 2000, quando i  proprietari vendono metà dell’edificio a una società che intende trasformarlo  in un albergo di lusso. Da quel momento per gli abitanti della casa inizia l’inferno, un’altalena di pressioni  per costringerli a fare le valigie. A quel punto le mayores, ovvero le donne anziane come le chiamano a <strong>Siviglia</strong>, si aggrappano all’unico risorsa che hanno: le loro relazioni sociali nel quartiere storico della <strong>Macarena</strong>, costruite nel corso di generazioni  in quella calle  -la strada-  che è il vero cuore pulsante della vita cittadina.<br />
Immediatamente, attorno agli abitanti si forma una rete di appoggio e solidarietà per salvare la Casa Pumarejo, che in quattordici anni ha costruito quello che  oggi è un luogo simbolo della lotta alla speculazione edilizia, ma anche un punto di riferimento fondamentale per associazioni e movimenti.</p>
<p>“La rete è nata ovviamente in solidarietà con gli abitanti e per opporsi al progetto speculativo, ma anche per facilitare le relazioni tra loro e i gestori dei 10 esercizi commerciali che avevano sede nei locali sulla strada, di cui oggi rimane solo lo storico Bar Mariano” spiega Salvador Garcia, della <strong>Plataforma Vecinal en Defensa del Pumarejo</strong>. Tutti gli altri lentamente hanno chiuso o cambiato ubicazione, e i locali sono stati occupati e adibiti a spazi sociali per ospitare le riunioni e le attività di quasi quaranta associazioni  e collettivi. La ricchezza di attività politica, sociale e culturale che si incontra al Pumarejo è sorprendente. Ai diversi gruppi che si occupano del recupero dell’edificio si affiancano corsi e laboratori, attività culturali, un servizio di assistenza legale per migranti, una biblioteca, un mercato mensile di prodotti locali, la rete della moneta locale, solo per citarne alcune.</p>
<p>La piattaforma del Pumarejo, formata da persone dalla diversa estrazione politica e professionale, fra le quali architetti, ingegneri, storici dell’arte e antropologi, è riuscita ad ottenere,  nel 2003, il riconoscimento di edificio di interesse culturale, sia per le caratteristiche architettoniche del palazzo, sia per la tipologia d’uso e per l’attività umana che si è alternata nel corso dei secoli.<br />
“Quando un luogo viene dichiarato di interesse etnologico, è necessario rispettare e valorizzare le attività che vi si svolgono, che da sempre sono il  risultato di una dinamica di trasformazione. Nel caso del Pumarejo, la vita collettiva della casa si è allargata al quartiere attraverso il processo di resistenza alla speculazione -afferma Gema Carrera dell’Instituto del Patrimonio Historico-: in assenza di rivendicazioni e movimenti sociali non è possibile disegnare una politica culturale che risponda all’esigenza dei tempi, e la tutela del patrimonio oggi non può prescindere da un approccio partecipativo dei cittadini. Qui tra antropologia e movimenti sociali esiste spesso un confine fluido, ma entrambi ci scontriamo con la politica tradizionale che interpreta ciò che accade in  maniera opportunista ”.</p>
<p><iframe src="//www.youtube.com/embed/xmLRLmYDWPQ" height="315" width="560" allowfullscreen="" frameborder="0"></iframe></p>
<p>È in virtù del riconoscimento ottenuto dall’edificio che nel <strong>2004</strong> il Comune è costretto ad acquistare il palazzo, ma la nuova comunità che la anima non piace a nessuno. In dieci anni le amministrazioni comunali hanno lasciato che il palazzo continuasse a deteriorarsi e tutti i tentativi di dialogo con l’amministrazione si sono infranti sull’impossibilità di andare oltre le categorie di  pubblico o privato.<br />
“Non siamo partiti dal concetto di bene comune, ci siamo arrivati, per far convivere dentro un luogo ed un percorso persone così diverse dovevamo lavorare sull’idea di comune. In questa casa si svolgevano feste tradizionali che costringevano i vicini a lavorare insieme, potevano esserci tensioni e problemi ma quando arrivava il momento della festa o c’era un’aggressione esterna si univano. Questo si è trasmesso ai gruppi e alle persone che si sono avvicinate indipendentemente dal  loro profilo professionale e politico. È stato un processo naturale e vitale, abbiamo poi iniziato ad usarlo all’esterno quando i politici si ostinavano a proporci un concetto autoritario di pubblico che non riconosceva la forma d’uso esistente nella nostra comunità” continua Salvador, che dedica tutte le sue mattine alla casa Pumarejo.<br />
Come lui sono moltissimi gli attivisti che  lavorano per tenere in piedi le iniziative e le mura stesse, in molti luoghi puntellate, del palazzo, e dopo anni di impegno si sono interrogati su come “compensare”  il tempo dedicato alla casa. Da queste riflessioni e dall’incontro con i gruppi sivigliani della decrescita è nata una delle esperienze più significative del Pumarejo, la rete per la moneta sociale che qui si chiama <strong>PUMA</strong>. L’iniziativa -nata del 2012- ha registrato un successo enorme e in meno di un anno ha raggiunto gli 850 membri. “Il PUMA è un è sistema di credito mutuo che riprende l’esperienza dei <strong>Local Exchange Trade System</strong>.</p>
<p><iframe src="//www.youtube.com/embed/Pw4HbvjJPic" height="315" width="560" allowfullscreen="" frameborder="0"></iframe></p>
<p>Ognuno ha un suo libretto dove vengono registrati i dati dello scambio, e ad ogni prodotto o servizio viene accordato un valore in PUMA. Chi offre segna un saldo positivo, e chi riceve uno negativo; tutti iniziano con un saldo zero e c’è un limite negativo di 100 puma -spiega Marcos Rivero, uno dei fondatori della rete-. Oggi abbiamo circa 900 offerte di prodotti e servizi  in tutti i settori, di cui il dieci per cento sono esercizi commerciali”.<br />
Attività complementari alla moneta sono il <strong>MercaPuma </strong>e la <strong>Centrale di rifornimento</strong>.  Durante il mercato mensile,  gli avventori occasionali che vogliono fare acquisti devono  convertire euro in PUMA, una banconota fisica che vale solo per il giorno del mercato. Con gli euro si alimenta una centrale di rifornimento per assicurare prodotti alimentari di base ai membri della rete. Un sistema complesso che garantisce la possibilità di vivere senza euro riscoprendo e mettendo in comune le proprie capacità, e stimola, al tempo stesso, le relazioni sociali e l’economia del quartiere.<br />
Grazie alla sua formula vincente il Puma ha avuto un successo inaspettato, al punto da mettere in seria difficoltà i suoi promotori. “Non eravamo preparati a gestire in pochi mesi migliaia di scambi, e ciò a generato numerosi problemi e anche qualche conflitto interno nel gruppo promotore -continua Marcos-: per questo abbiamo deciso di fare una pausa. Ci siamo riorganizzati, ora  siamo pronti a ricominciare e abbiamo scelto di festeggiare la fine di questo periodo,  che abbiamo chiamato di ibernazione, con una festa horror a simboleggiare il superamento delle nostre paure”.<br />
Mentre osservo la preparazione della festa percepisco lo sguardo fiero di Felicia, una delle ultime tre mayores rimaste ancora nella casa nonostante le infiltrazioni, i calcinacci che cadono e le numerose stanze sigillate dai tecnici del comune. Con gli occhi mi ripete quello che mi ha sussurrato il giorno prima incontrandomi per le scale: “Io da qui non me ne vado”. &#8212;</p>
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		<title>Da TV pubblica a Tv libera,  viaggio nella ERT occupata di Salonicco</title>
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		<pubDate>Wed, 11 Jun 2014 08:17:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[admin]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Reportage]]></category>
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		<description><![CDATA[di Caterina Amicucci 11 Giugno 2013, Demetrios ricorda che era un giorno di sole quando  il governo dell&#8217;ultradestra di Samaras chiudeva la ERT, la radio-televisione pubblica greca,  interrompendo il segnale &#8230; <a class="readmore" href="https://www.dalbasso.net/da-tv-pubblica-a-tv-libera-viaggio-nella-ert-occupata-di-salonicco/">Continue Reading &#8594;</a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>di Caterina Amicucci</p>
<p><span style="font-size: 14px; line-height: 1.5em;"><strong>11 Giugno 2013</strong>, Demetrios ricorda che era un giorno di sole quando  il governo dell&#8217;ultradestra di Samaras chiudeva la ERT, la radio-televisione pubblica greca,  interrompendo il segnale nell’arco di poche ore, senza nessun tipo di preavviso o spiegazione  né per i cittadini né per i 2650 lavoratori </span><a style="font-size: 14px; line-height: 1.5em;" href="https://www.youtube.com/watch?v=LZ7j_60yu24">[Guarda intervista a Demetrios]</a><span style="font-size: 14px; line-height: 1.5em;">.  Atanasio era in ferie ed i suoi colleghi lo hanno chiamato per informarlo, lui pensava fosse uno scherzo ma accendendo la televisione ha trovato l’inattesa conferma. I racconti di un anno fa </span></p>
<p><span style="font-size: 14px; line-height: 1.5em;"><a href="http://www.dalbasso.net/wp-content/uploads/2014/06/DSC_0495.jpg"><img class="size-medium wp-image-117 alignright" style="margin: 10px;" alt="DSC_0495" src="http://www.dalbasso.net/wp-content/uploads/2014/06/DSC_0495-300x199.jpg" width="300" height="199" /></a>assomigliano ad uno shock collettivo, un fulmine  a ciel sereno per una decisione senza precedenti nella storia delle democrazie europee. Ma da quel trauma è nata e prosegue ancora oggi un’esperienza di resistenza e di giornalismo autorganizzato unico nella storia dei media.  In tutto il paese giornalisti e tecnici sono rimasti al loro posto, continuando a dare vita come sempre ai tre canali televisivi ed a 16 canali radio, sostenuti per mesi da attivisti e cittadini comuni. La televisione ha continuato a trasmettere utilizzando il satellite fino al 7 novembre, quando  l’edificio della ERT di Atene viene definitivamente sgomberato dalla polizia.  La sera stessa, di fronte a migliaia di persone i giornalisti improvvisano un memorabile telegiornale in piazza </span><a style="font-size: 14px; line-height: 1.5em;" href="https://www.youtube.com/watch?v=eHjvEunPqX8%20%5d">[Guarda video telegiornale in piazza]</a><span style="font-size: 14px; line-height: 1.5em;">. L’atto di forza ad Atene non è servito però a sgonfiare la resistenza a livello nazionale. La maggior parte delle radio  sono ancora oggi  occupate ed a  Salonicco, dove aveva sede il canale ERT3, si continua a fare televisione trasmettendo in streaming sui siti web </span><a style="font-size: 14px; line-height: 1.5em;" href="http://www.thepressproject.gr/">pressproject.gr</a><span style="font-size: 14px; line-height: 1.5em;"> ed </span><a style="font-size: 14px; line-height: 1.5em;" href="http://www.ertopen.com/">ertopen.com</a><span style="font-size: 14px; line-height: 1.5em;">.</span></p>
<p><a href="http://www.dalbasso.net/wp-content/uploads/2014/06/DSC_0486-e1402481054510.jpg"><img class="size-medium wp-image-116 alignleft" style="margin: 10px;" alt="DSC_0486" src="http://www.dalbasso.net/wp-content/uploads/2014/06/DSC_0486-e1402481054510-199x300.jpg" width="199" height="300" /></a>Oggi le porte della ERT sono aperte a cittadini, movimenti, associazioni e si da voce a chi resiste a  quella che è ormai, a tutti gli effetti, una dittatura finanziaria. Si continua a lavorare 24 ore al giorno per fare informazione e cultura. “Abbiamo riscoperto le relazioni tra colleghi, il mestiere di giornalista, il ruolo della televisione nella società. Ci sentiamo come in un laboratorio, non abbiamo nessuna pressione esterna, esercitiamo il giornalismo puro. E tutto questo è eccezionale” commenta Christina, conduttrice del telegiornale.<a href="https://www.youtube.com/watch?v=yJx-hOLGTSc"> [Guarda intervista a Christina]</a>.   Questo stesso articolo è frutto di un reciproco racconto di storie raccolte attraversando gli studi, come ospite,  durante il <a href="http://www.dalbasso.net/?p=1">referendum contro la privatizzazione dell’acqua</a> di Salonicco.</p>
<p>Entrando alla ERT si respira un’atmosfera densa. Chiudendo il programma radio che ci ospita, Atanasio si interrompe, i suoi occhi diventano lucidi mentre si sforza di salutare i radioascoltatori.  “Ci succede spesso ultimamente, soprattutto quando salutiamo il pubblico perché ogni volta pensiamo che potrebbe essere l’ultima” ci dice asciugandosi le lacrime. C’è tristezza, fatica, incertezza per il futuro ma anche l’orgoglio e  la consapevolezza di vivere un’ altissima esperienza umana e politica.</p>
<p>Un’esperienza rivoluzionaria, come la definisce qualcuno. “Verrà un giorno in cui parleranno di noi, come una grandissima storia” continua Atanasio.<br />
<iframe src="//www.youtube.com/embed/nTQyd25n6XI" height="315" width="560" allowfullscreen="" frameborder="0"></iframe></p>
<p>Trasformare un emittente di stato in una radiotelevisione libera non è infatti impresa comune.  Ancor meno se a farlo sono lavoratori che  fino a quel momento non avevano nessuna forma di impegno politico, con le dovute eccezioni ovviamente. Persone comuni, impiegati pubblici che intrattenevano tra di loro rapporti formali e che si ritrovano di colpo al centro del più grave attacco democratico dell’epoca recente e si organizzano in assembla per costruire una nuova televisione libera, aperta, autogestita.  “Oggi siamo persone diverse, percepiamo le cose in maniera diversa” dice Christina.  “Siamo fratelli, se a qualcuno fa male una gamba io sento lo stesso dolore” gli fa eco Atanasio.  Alla ERT la lotta per il posto di lavoro si è trasformata i in una battaglia molto più ampia per la democrazia dell’informazione. Per una televisione libera al servizio dei cittadini. Quei cittadini che ancora oggi continuano a sostenerli e con i quali si organizzano anche attività culturali esterne, come ad esempio un cineforum gratuito settimanale in strada di fronte gli studi o in un cinema nel centro.</p>
<p>“Non possiamo tornare indietro” ci dice Eleftheria “perché ora abbiamo una relazione con la comunità, non possiamo ignorare i problemi e dobbiamo continuare a mostrare alla gente la verità.  Qualunque governo prenda il potere dovrà parlare con noi del futuro della televisione pubblica”. <a href="http://youtu.be/ukNlhxnAY8A">[Guarda intervista ad Eleftheria]</a>. Il riferimento è alla possibile e sperata vittoria di Syriza alle prossime elezioni che della causa ERT ha fatto un cavallo di battaglia.  Un comitato è già al lavoro per stilare una bozza di proposta sulla ERT del futuro: libera, indipendente e partecipata.</p>
<p>Intanto però la corte costituzionale ha dichiarato legittima la chiusura della ERT ed il 4 maggio scorso  il governo ha dato il via alle trasmissioni della nuova emittente pubblica, la NERIT il cui presidente, George Prokopakis, si è dimesso dopo meno di 24 ore . Una farsa che risponde alla necessità di ristabilire una minima apparenza democratica  che ha scatenato <a href="http://www.dalbasso.net/wp-admin/%5bhttp:/www.uniglobalunion.org/news/nerit-a-not-a-public-service-broadcaster-uni-global-union-calls-support-ertopen">la condanna unanime dei sindacati</a> del settore a livello internazionale. Si tratta di una canale TV e uno radio dove sono stati riassorbiti discrezionalmente  400 lavoratori alle dirette dipendenza del Ministero delle Finanze. Sostanzialmente un organo di propaganda del governo dove i giornalisti sono sotto ricatto con aleatorie forme contrattuali.</p>
<p>La  storia e le vere motivazioni della chiusura delle ERT vanno indagate a fondo in quanto esse sono paradigmatiche di quello che sta avvenendo in Grecia, ovvero un laboratorio di capitalismo estremo imposto attraverso una nuova forma di dittatura finanziaria che non ha bisogno di eserciti o carri armati, ma come tutte le dittature necessita del controllo integrale dei mezzi di comunicazione.   Il piano di chiusura della ERT, come l’intera svendita del paese,  viene ufficialmente attribuito alle  richieste della troika di tagli alla spesa pubblica siglate nei <a href="http://ec.europa.eu/economy_finance/assistance_eu_ms/greek_loan_facility/">memorandum</a>.  L’ipotesi di chiusura inizia a circolare all’inizio del 2013,  per mesi il governo la smentisce costantemente. Successivamente  viene lanciata una campagna diffamatoria sostenuta da tutti i media privati sulla corruzione e l’inefficienza di un’azienda che ha un attivo di 60 milioni di Euro, poi la ERT viene chiusa nell’arco di poche ore con un’operazione di polizia accompagnata da alcuni tecnici di emittenti private. <a href="https://www.youtube.com/watch?v=7nqpEUqW9zk">[Guarda video che ricostruisce i motivi della chiusura]</a> <a href="https://www.youtube.com/watch?v=7nqpEUqW9zk" target="_blank"><br />
</a></p>
<p>Ripercorrendo  i fatti dello scorso anno si scopre che nel mese di giugno era in corso la gara per l’assegnazione delle frequenze digitali nella quale la ERT avrebbe dovuto giocare un ruolo importante in quanto unico soggetto portatore di interesse pubblico.  La gara si è chiusa il 19 giugno, otto giorno dopo la chiusura della ERT ed il 30 giugno le frequenze sono state assegnate a Digea Digital Provider Inc. un consorzio di sei network televisivi privati di proprietà dei grandi magnati greci, tra gli uomini più ricchi d’Europa* principalmente armatori (una vera e propria casta in Grecia), costruttori, petrolieri e speculatori finanziari.   Tutto ciò  nonostante la legislazione greca e quella europea vietino che il gestore del segnale sia allo stesso tempo produttore e distributore di contenuti e  gli emittenti privati occupano illegalmente le frequenze TV analogiche come stabilito dalla sentanza del Consiglio di Stato n. 3578/2010.</p>
<p><img class="size-medium wp-image-105 alignleft" style="margin: 10px;" alt="redazione ert" src="http://www.dalbasso.net/wp-content/uploads/2014/06/redazione-ert-300x164.jpg" width="300" height="164" /></p>
<p><span style="font-size: 14px; line-height: 1.5em;">L’occupazione prosegue ma ques</span><span style="font-size: 14px; line-height: 1.5em;">to </span><span style="font-size: 14px; line-height: 1.5em;"> compleanno, denso di fatica ed orgoglio, segna un giro di boa nella resistenza della ERT. “Dopo l’11 giugno quando avremo un intero anno alle nostre spalle dovremo prendere una decisione  sul futuro e ciò dipende da molte cose, quello che è certo è che non </span><span style="font-size: 14px; line-height: 1.5em;">molleremo” conclude Christina. </span></p>
<p><span style="font-size: 14px; line-height: 1.5em;">E noi ce lo auguriamo perchè la resistenza della ERT è un baluardo fondamentale della comune lotta alla deriva antidemocratica europea.</span></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>A Salonicco 213 mila no alla privatizzazione dell&#8217;acqua</title>
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		<pubDate>Fri, 23 May 2014 11:40:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[admin]]></dc:creator>
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		<category><![CDATA[Reportage]]></category>
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		<description><![CDATA[di Caterina Amicucci. Dimopsifisma significa referendum in greco. Lo strumento di partecipazione popolare per eccellenza che sembra essere, allo stesso tempo,  vuoto e carico di significato nel paese che ha &#8230; <a class="readmore" href="https://www.dalbasso.net/ciao-mondo/">Continue Reading &#8594;</a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>di Caterina Amicucci.</p>
<p>Dimopsifisma significa referendum in greco. Lo strumento di partecipazione popolare per eccellenza che sembra essere, allo stesso tempo,  vuoto e carico di significato nel paese che ha inventato la democrazia. In Grecia infatti l’indizione di un referendum deve essere approvata dal parlamento, misura che lo priva di fatto di senso politico. Nella giovane storia della Grecia contemporanea il popolo è stato consultato direttamente una sola volta, al termine della dittatura dei colonnelli, nel 1973 per approvare la nuova costituzione repubblicana che ha abolito la monarchia.   Ma la proposta di un altro referendum, mai realizzato,  ha segnato profondamente  la  recente storia della crisi greca. Era il 31 ottobre del 2011 quando il primo ministro del Pasok, George Papandreu, di fronte alle enormi mobilitazioni sociali, annunciava di voler l’approvazione popolare al piano di salvataggio  di 172 miliardi di euro appena varato a Bruxelles .  Un articolo del <a href="http://www.ft.com/intl/cms/s/0/f6f4d6b4-ca2e-11e3-ac05-00144feabdc0.html">Financial Times</a> ricostruisce come tre giorni dopo, al G8 di Cannes, la Grecia fu commissariata dall’asse franco-tedesco ed il premier greco immediatamente sostituito da Lucas Papademos ex vice-presidente della Banca Centrale Europea. Negli stessi giorni in Italia si insediava il governo Monti.</p>
<p><a href="http://www.dalbasso.net/wp-content/uploads/2014/05/fotocopertina.jpg"><img class="size-medium wp-image-45 alignleft" style="margin: 5px;" alt="fotocopertina" src="http://www.dalbasso.net/wp-content/uploads/2014/05/fotocopertina-300x156.jpg" width="300" height="156" /></a>Dal 2011 ad oggi la Grecia ha firmato <a href="http://ec.europa.eu/economy_finance/assistance_eu_ms/greek_loan_facility/">tre memorandum</a> con la Troika che hanno portato al licenziamento di migliaia di dipendenti pubblici, riduzione dei salari, la chiusura della TV di stato,  drastico ridimensionamento  dell’assistenza sanitaria e la vendita dell’intero patrimonio pubblico.  Misure varate dal governo senza passare dal parlamento (si parla di circa 240 leggi) e applicate con l’uso di una sistematica repressione del dissenso creando una situazione di concreta sospensione della democrazia .</p>
<p>Allo scopo  di vendere il  paese pezzo a pezzo  è stato creato il TAIPED (Fondo ellenico per lo sviluppo degli asset).  Il <a href="http://www.hradf.com/en">sito web</a> del fondo fa venire i brividi. Un supermercato online per investitori privati con il quale presentare offerte per l’acquisto di società pubbliche, porti, aeroporti, ferrovie, autostrade, isole, ecc.</p>
<p>Tra queste,  le società che gestiscono il servizio idrico ad <a href="http://www.hradf.com/en/athens-water-supply-and-sewerage-company">Atene </a>e <a href="http://www.hradf.com/en/Thessaloniki-water-supply-and-sewerage-c">Salonicco</a>, che a differenza dell’Italia,  sono di proprietà e gestione statale.  L’iter di privatizzazione dell’EYATH è già cominciato con una gara di prequalificazione che si è svolta lo scorso anno dalla quale sono state ammesse a presentare proposte di acquisto Suez e Mekorot.   Sulla gara il sindacato dei lavoratori dell’EYATH ha presentato un ricorso alla corte costituzionale. La decisione della corte non è ancora stata resa pubblica, ma alcune soffiate giornalistiche riferiscono che la corte abbia dichiarato incostituzionale la privatizzazione dell’acqua e che la pubblicazione della decisione venga ritardata per concludere la vendita.  In realtà l&#8217; unica vera società in pista è Suez che possiede già il 5% dell’EYATH e si dice sia consorziata con il maganate dei media greco George Bobolas. L’EYATH è una società che genera 20 milioni di Euro di profitto l’anno e con soli 80 milioni la multiutility francese potrebbe portarsi a casa il 51%.</p>
<p>La lotta contro la privatizzazione dell’acqua a Salonicco ha dato una nuova  scossa ai movimenti sociali duramente colpiti dalla repressione feroce delle mobilitizioni del 2011-2012 e della lotta contro<a href="http://epaminternational.wordpress.com/2013/07/27/halkidiki-gold-mining-a-brief-history/"> la miniera d&#8217;oro </a>della multinazionale canadese Eldorado Gold per la quale sono state <a href="http://solidaritynogold.espivblogs.net/">perseguiti duramente numerosi attivisti</a>.</p>
<p><img class="size-medium wp-image-24 alignright" style="margin: 5px;" alt="fila ai seggi" src="http://www.dalbasso.net/wp-content/uploads/2014/05/fila-ai-seggi-300x199.jpg" width="300" height="199" /></p>
<p>Chi arriva da fuori nota che l’acqua in Grecia è un simbolo di accoglienza <a href="https://www.youtube.com/watch?v=kGbNa4E24zU">[Guarda il videomessaggio di Vinicio Capossella],</a> infatti in ogni bar o taverna si viene accolti con una brocca libera. Alcuni la definiscono una questione di civiltà <a href="https://www.youtube.com/watch?v=chwMPDrXmls">[Guarda intervista a Iera]</a> . Altri, come tutti noi attivisti dell’acqua,  ne colgono il significato simbolico e paradigmatico <a href="https://www.youtube.com/watch?v=9xTQse4O3eM">[Guarda intervista a Iassonas]</a>.  E per questo, a Salonicco,  ci si è rimessi in marcia per salvare l’acqua, Soste to Nero, in greco.</p>
<p>Comitati di cittadini e il sindacato dei lavoratori hanno convocato un referendum autorganizzato.  L’iniziativa ha visto l’adesione dei 16 municipi, di variegato colore politico,  che compongono l’area metropolitana di Salonicco che ha consentito di programmare la consultazione in concomitanza con le elezioni amministrative previste per il 18 maggio. Un’adesione sosanziale per alcuni, strumentale per altri vista la campagna elettorale.  Ma per tutti una scommessa enorme, garantire una o più urne in ognuna delle 200 scuole attraverso la mobilitazione di almeno 1500 volontari.</p>
<p>Fino a pochi giorni prima sembra un obiettivo impossibile, ma tutti dicono “i greci sono  last minute people”,  ed infatti il giorno prima tutto è  magicamente pronto ma nella Grecia di oggi non può mancare un colpo di scena.</p>
<p>Mentre la delegazione internazionale, alla quale ha partecipato il <a href="http://www.acquabenecomune.org/">Forum Italiano dei Movimenti per l’acqua</a>, è  riunita per definire le attività del giorno dopo arriva la notizia che il  Ministro degli interni ha dichiarato illegale il referendum e vieta l’installazione delle urne nei seggi elettorali.</p>
<p>Al municipio di Salonicco viene convocata una riunione di emergenza tra sindaci, comitati, sindacato, attivisti internazionali e la <a href="http://www.dalbasso.net/wp-content/uploads/2014/05/DSC_0645.jpg"><img class="size-medium wp-image-58 alignleft" style="margin: 5px;" alt="DSC_0645" src="http://www.dalbasso.net/wp-content/uploads/2014/05/DSC_0645-300x199.jpg" width="300" height="199" /></a>decisione è unanime, il referendum va vanti, le urne verranno posizionate in strada di fronte all’ingresso dei seggi ufficiali.  Neanche il tempo di fare la conferenza stampa che una nota della prefettura raggiunge i municipi: le liste elettorali sono proprietà dello stato, chiunque non autorizzato le maneggia è passibile di arresto da 3 mesi a 4 anni.  Una mossa che ha un duplice obiettivo, da un lato spaventare i volontari dall’altro delegittimare la procedura di votazione.</p>
<p>Nuova riunione tra i sindaci, questa volta più lunga,  che di nuovo si rifiutano fare passi indietro. Il referendum si farà, i municipi si impegnano a ristampare le liste elettorali trasformandole in semplici liste di residenti. Un lavoro che ad alcuni funzionari è costato una notte insonne.</p>
<p>18 maggio, ore 7 della mattina. I volontari ci sono, i seggi sono tutti  coperti. In alcune scuole qualche discussione con la polizia  ritarda l’inizio del voto, ma nessun episodio significativo. Verso le 8 tutte le urne sono attive davanti ad ogni scuola dove si vota. Il sole è forte i volontari si attrezzano con cappelli e ombrelloni.   In molti vengono ad aiutare in maniera inaspettata,  e verso le 11 la gente è in coda per votare.  Sembra che la mossa del governo abbia prodotto un effetto boomerang, già verso metà giornata è chiaro che il referendum sarà un successo <a href="https://www.flickr.com/photos/124779464@N02/with/14077750138/">[Guarda Photogallery di tutto il referendum]</a>.<a href="http://www.dalbasso.net/wp-content/uploads/2014/05/fil-ai-seggi-3.jpg"><img class="size-medium wp-image-23 alignright" style="margin: 5px;" alt="fil ai seggi 3" src="http://www.dalbasso.net/wp-content/uploads/2014/05/fil-ai-seggi-3-300x199.jpg" width="300" height="199" /></a></p>
<p>Alle sette si corre al municipio, punto di raccolta di tutte le urne, la coda per consegnare i sacchi stracolmi dura un paio d’ore. Intanto si inizia lo spoglio che andrà avanti fino alle 4.30 <a href="https://www.youtube.com/watch?v=kZB7MR1PGKU">[Guarda video spoglio]</a>.</p>
<p>Risultato: 218 mila voti, di cui 213 mila contro la privatizzazione dell’acqua.</p>
<p>Un risultato eccezionale, considerando che l’affluenza alle elezioni ufficiali è stata di 428 mila e quindi più del 50% degli elettori si è espresso attraverso un referendum interamente autorganizzato.</p>
<p>All’alba del giorno dopo i commenti sono molti e di diverso tenore. Qualcuno dice che è stata la più grande mobilitazioni di volontari che il paese abbia mai visto dopo le olimpiadi. C’è molta gioia ma anche la consapevolezza che il governo è intenzionato ad andare avanti con ogni mezzo. Forte è anche la  preoccupazione per il proseguimento dell’animato dibattito tra i diversi comitati su quale modello di gestione pubblico adottare. Da un lato la corrente statalista, interpretata principalmente da Syriza che ha avuto un ruolo molto attivo nella campagna referendaria che non ha mancato di suscitare critiche da parte di alcuni attivisti soprattutto per la presenza nell’organizzazione del referendum di numerosi candidati alle elezione amministrative ed  europee.  Dall’altro i municipi che, a prescindere dal colore politico,   vorrebbero avere voce in capitolo sulla gestione de servizio pubblico per eccellenza e che per questa ragione hanno formato il consorzio che ha sostenuto attivamente l’organizzazione del referendum.   Dall’altro</p>
<p><img class="size-medium wp-image-15 alignleft" style="margin: 5px;" alt="conteggio" src="http://www.dalbasso.net/wp-content/uploads/2014/05/conteggio-300x199.jpg" width="300" height="199" /></p>
<p>ancora la proposta di gestione cooperativistica dei cittadini <a href="https://www.youtube.com/watch?v=SEbLpdWpBoY">[Guarda intervista a Kostas]</a> come forma concreta di democrazia diretta. C’è infine chi sostiene che dopo aver chiaramente espresso un chiaro no alla privatizzazione,  la parola dovrebbe di nuovo tornare ai cittadini per indicare il modello di gestione che preferiscono <a href="http://www.dalbasso.net/?p=26">[Guarda intervista a Yorgos].</a></p>
<p>Anche Suez non ha mancato di reagire immediatamente. Il compito di manipolare la realtà a fini propagandistici  è stato affidato  alla Vice presidente per l’Europa Occidentale <a href="http://www.euro2day.gr/specials/interviews/article/1214486/suez-den-milame-gia-idiotikopoihsh-ths-efath.html">Diane D’arras</a> che, tra le altre cose,  sostiene che l’operazione EYATH non  è una privatizzazione ma una  partnership pubblico-privato (con il privato al 75%)  che in Europa non esiste un trend di ripublicizzazione (in Francia oltre a Parigi sono decine le città che stanno ripublicizzando, l’ultima di qualche giorno fa è <a href="http://www.leparisien.fr/montpellier-34000/montpellier-adopte-une-regie-publique-de-l-eau-07-05-2014-3824333.php">Montpellier</a>), e che la privatizzazione non ha portato un incremento delle tariffe (a Parigi il ritorno al pubblico ha portato ai consumatori un risparmio dell’8%)</p>
<p>Il dibattito è caldo e proseguirà alla luce di un successo indiscutibile ottenuto attraverso un incredibile sforzo comune. Quel che è certo è che anche nella Grecia dell’austerità il movimento per l’acqua ha scritto un’altra pagina storica.</p>
<p><a href="https://www.flickr.com/photos/124779464@N02/">[VAI ALLA GALLERIA FOTOGRAFICA]</a></p>
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