Lesbo, la rotta della solidarietà

Articolo scritto per “Il Granello di Sabbia

Il bel documentario “The island of all together”  dei registi Philip Brink e Marieke van der Velden ricorda come tutto, la scorsa estate, è cominciato sull’isola di Lesbo. Una stagione estiva diversa dalle altre, durante la quale molti turisti si sono trasformati in volontari per accogliere ed assistere le migliaia di rifugiati che sbarcavano sulle spiagge dalle piccole e affollatissime imbarcazioni in plastica. Intorno, una Grecia nel mezzo della crisi finanziaria e delle vergogose negoziazioni con l’UE, incapace di rispondere al piú grande spostamento di popolazione dell’epoca recente. Complice un incredibile vuoto istituzionale, in quest’ isola a dieci ore di nave della capitale, dove molti abitanti conoscono bene il significato della parola rifugiati essendo scappati un secolo fa dall’Anatolia caduta nelle mani dell’esercito di Ataturk, si é sviluppato il piú fervido e interessante movimento di solidarietà degli ultimi anni.

Piú di mezzo milione di persone, in fuga da guerre, conflitti e povertá, sono passate in un anno dall’isola di Lesbo e insieme a loro migliaia di volontari da tutto il mondo che in pochi mesi hanno dato vita ad un incredibile sistema di accoglienza autogestito.

A cominciare dalle spiagge dove si facevano i turni per osservare il mare insieme a gruppi di soccorritori professionisti anche loro volontari sull’isola. La loro presenza ha contribuito ad evitare incidenti e a salvare vite. Solo nei primi tre mesi del 2016 piú di cinquecento persone sono morte affogate in un braccio di mare di pochi chilometri che qualcuno ha osato sfidare persino a nuoto o a remi. Senza i volontari sarebbero stati molti di piú. E poi le cucine ed i punti di accoglienza autogestiti che nei vari luoghi di approdo delle imbarcazioni offrivano cibo, bevande calde, coperte, scarpe e vestiti asciutti. Infine il campo di transito di Moria, dove il collettivo internazionale “Better days for moria”, formato da chi era in quel luogo in quel momento, ha affittato un uliveto ed organizzato un luogo per rendere meno miserabile il viaggio della speranza di migliaia di persone. Tutto funzionava ventiquattr’ore al giorno, con turni da 8-10 ore di volontari che spesso passavano sull’isola solo pochi giorni. Una babele di persone diversissime che spaziava dagli anarchici greci ai cattolici ortodossi americani, che in piena autogestione e in un caos organizzato riuscivano a dar prova di un’efficienza miracolosa, costruendo giorno dopo giorno un vero e proprio modello di accoglienza solidale e autogestito.

L’atmosfera straordinaria dell’isola non sfuggiva nemmeno ai rifugiati. A Lesbo ho incontrato Peter, un volontario tedesco che viveva in un piccolo paese di cinquemila abitanti vicino Hannover. Lí erano arrivati 500 rifugiati e lui faceva volontariato nel centro di accoglienza locale. Loro gli hanno parlato di Lesbo, gli hanno detto che doveva assolutamente andare ad aiutare sull’isola dove loro erano stati accolti da soli volontari. Peter ha fatto le valigie ed é partito. Non un poliziotto né un’ ambulanza sulle spiagge. Solo centinaia di volontari indipendenti, osteggiati, detestati da istituzioni e organizzazioni internazionali ma indispensabili per evitare il disastro. Un incredibile laboratorio che ha funzionato fino al 20 marzo quando è entrato in vigore l’accordo tra Turchia ed Unione Europea. In poche ore l’intero sistema di accoglienza autogestito è stato smantellato, l’hot spot di Moria si è trasformato in un centro di detenzione e la Grecia ha iniziato i respingimenti forzati verso la Turchia assistita dagli uomini di Forntex. Molti volontari si sono spostati ad Idomeni, la frontiera tra Grecia e Macedonia o ad Atene dove, dopo la chiusura della rotta balcanica, restano ancora bloccate migliaia di persone.

Gli internazionali rimasti sull’isola osservano le deportazioni che avvengono con lo stesso traghetto proibito ai rifugiati nel viaggio di andata.

Chi scappa dalla guerra è costretto a pagarlo tra i mille ed i duemila euro ai trafficanti turchi. Quella stessa Turchia considerata dall’Unione Europea paese sicuro per il rimpatrio dei rifugiati, Unione Europea che ha stanziato tre miliardi di euro per l’inquietante governo di Erdogan oltre ad aver assunto l’impegno di riprendere il processo di annessione e snellire le procedure di visti per lavoro dei cittadini turchi. Un accordo vergognoso, che sostanzialmente nega il diritto di asilo in Europa e per questo respinto dall’Acnur e dalle ONG che hanno sospeso le operazioni sulle isole greche e nell’hot spot di Moria.

Ma le guerre ed i conflitti seguono e, nonostante l’Europa rifiuti di assumersi le sue responsabilitá nel processo di destabilizzazione del nord Africa ed il Medio Oriente, le persone continuano a fuggire, su rotte ben piú pericolose come quella libica.

 

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